I have a dream

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni
(W. Shakespeare)

Se vuoi costruire una barca non radunare uomini per tagliare legna, dividere compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito. Così scriveva Antoine de Saint Exupéry, aviatore e scrittore, viaggiatore e sognatore.

Visualizzare la possibilità di realizzare un sogno e l'emozione che ne scaturisce, spingere l'immaginazione a vedere oltre i confini, oltre l'orizzonte del già noto, del già conosciuto, del già sperimentato, superare i limiti e affidarsi all'ignoto, a quel sogno che è dentro di noi e che preme per realizzarsi. Un sogno talvolta da scoprire perché sconosciuto persino a noi stessi, una forza misteriosa che ci conduce e ci sospinge a realizzare noi stessi nonostante tutto, nonostante gli ostacoli della nostra mente, nonostante la ragione che ci frena, nonostante la logica che ci paralizza con le sue paure e i suoi dubbi, con i suoi se e i suoi ma. Spesso nonostante il parere degli altri, di tutti coloro che - per il nostro bene - ci consigliano di riflettere prima di agire, di valutare i pro e i contro, di non stravolgere la nostra vita e rischiare tutto deviando dalla vecchia via per percorrerne una nuova - the one less traveled by (R. Frost) - per inseguire un sogno che potrebbe fallire e non realizzarsi mai. Ma che in realtà per noi rappresenta soltanto la nostra linea di minor resistenza.
I nostri amici non riescono a capire la ragione di questo viaggio. Rabbrividiscono, piangono, si lamentano. Nessuna spiegazione riesce a convincerli che in realtà stiamo seguendo la linea di minor resistenza, ossia che metterci per mare con una barca è per noi molto più facile che rimanere sulla terraferma. Questo stato d'animo deriva da un eccessivo predominio dell'ego. Non possono evadere da loro stessi; non riescono a uscire da loro stessi quel tanto che basti per capire che la loro linea di minore resistenza non è necessariamente quella degli altri. Del loro bagaglio personale di desideri, simpatie e antipatie essi fanno il metro con cui misurano desideri, simpatie e antipatie di ogni altro essere; questo non è onesto e lo dico, ma loro non riescono a uscire da loro stessi quel tanto da ascoltarmi. Mi credono pazzo. In cambio io li compatisco. È questo uno stato d'animo che mi è familiare. Siamo tutti propensi a credere che c'è qualcosa che non va nel modo di ragionare di quelli con cui non andiamo d'accordo.
JACK LONDON, da "La crociera dello Snark"
A volte lo svelamento del sogno avviene attraverso un'intuizione improvvisa, una sorta di illuminazione inattesa, un insight, una visione interiore, quello che passa attraverso lo sguardo, in quell’istante: un sogno, un’attesa, un desiderio. Tutta una vita possibile. (J. C. Izzo) Perché what is the meaning of life? [...] The great revelation perhaps never did come. Instead, there were little daily miracles, illuminations, matches struck unexpectedly in the dark. (Virginia Woolf)

Alimentare il sogno significa restare in contatto con il nostro io, con i nostri desideri più profondi. Ascoltare i messaggi che ci invia attraverso gli infiniti little daily miracles a cui spesso non prestiamo la dovuta attenzione, distratti come siamo dalla fretta e da altre sirene. Perché il sogno di ciascuno non si nutre necessariamente di grandi imprese e eventi memorabili, è fatto anche di piccole cose, di istanti per noi significativi, di emozioni da vivere, desideri da realizzare, ideali da perseguire. Ognuno di noi ha un sogno, anche se spesso non ne siamo consapevoli. È qualcosa di misterioso e unico che ci accomuna perché come cantava John Lennon you may say I'm a dreamer but I'm not the only one.

Il sogno è un compagno di viaggio talvolta inafferrabile e mutevole. Una bussola che ci indica la rotta, che ci mostra la strada, la nostra strada, tra svolte e deviazioni. Un navigatore che ci guida a destinazione lungo la nostra linea di minor resistenza. Perché bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna volerne trattenere alcuno. (Herman Hesse)

elogio della follia

La follia, mio signore, come il sole
se ne va passeggiando per il mondo, 
e non c'è luogo dove non risplenda. 
(W. Shakespeare)

La vita umana non è altro che un gioco della Follia scriveva Erasmo da Rotterdam nel suo L’elogio della follia, esaltando la Follia come portatrice di allegria e spensieratezza, ed elogiandone grandezza e utilità per il raggiungimento della felicità. Queste le parole che Erasmo mette in bocca alla personificazione della Follia:

Qualsiasi cosa dicano di me i mortali […], ecco qui la prova decisiva che io, io sola, ho il dono di rallegrare gli Dei e gli uomini.

In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia. Se, infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni, perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell'uomo molta più passione che ragione […]. Relegò inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni.

Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno".

Valida testimonianza di tutto questo è il diffuso proverbio secondo cui solo la Follia è capace di prolungare la giovinezza, altrimenti fuggevolissima, e di tenere lontana la molesta vecchiaia.

Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, e vivessero sempre sotto la mia insegna, la vecchiaia neppure ci sarebbe, e godrebbero felici di un'eterna giovinezza.

Il tema della follia percorre da sempre il pensiero dell'uomo, le parole dei filosofi, i versi dei poeti.
Follia è deviazione dalla norma, allontanamento (in)volontario dal tradizionale percorso di ricerca dell'equilibrio. Perché non sempre in medio stat virtus. Follia è visione unica, originale, sul mondo, su se stessi, sugli altri. È liberta dalle convenzioni e dalle regole imposte, dal conformismo e dal moralismo, dai dettami della logica e della ragione. È libera espressione di sé.

Ce lo ricorda ogni giorno il famoso Be hungry, be foolish di Steve Jobs che esortava ciascuno di noi a percorrere strade diverse, non battute da altri, per trovare un senso al proprio percorso di vita e realizzare la propria unicità.

Uno spot di Apple ha affidato al grande giullare Dario Fo queste parole - che il suo fondatore avrebbe certamente sottoscritto e che riprendono in parte un messaggio di Gandhi:

Dedicato ai folli. Agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, 
a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli noi ne vediamo il genio; perché solo coloro che sono abbastanza folli
 da pensare di poter cambiare il mondo 
lo cambiano davvero.

Nietzsche, filosofo considerato a suo tempo un folle che scardina il passato e stravolge i dettami della tradizione, dichiarava che nella follia c'è sempre un po' di saggezza

E la poetessa Alda Merini scriveva a proposito di se stessa: Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle potesse scatenar tempesta. Così descrive la sua esperienza diretta nel mondo della follia: Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. [...] I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita

La città di Venezia dedica da anni alla follia un FESTIVAL DEI MATTI che presenta così:

Matto è chi è diverso.
Chi è straniero a sé o agli altri. 
Chi sta oltre il confine e chi, entro il confine, sconfessa, contraddice, scombina. 
Chi osa, chi rompe, chi non si adegua. 
Chi sfida il mondo e lo riscrive nella bellezza e nell’invenzione. 
Matto è chi sta dentro la normalità, e gli pare abbastanza. 
Chi sente al limite, e chi sta in anestesia e smette di sentire. 
Chi sta solo troppo a lungo o chi non può mai starci. 
Matto è ciascuno di noi quando è bambino, vecchio, sognatore o delirante. Quando è innamorato. Quando il dolore gli toglie la voce e gli rende incomprensibile quella degli altri. 
Matto è il poeta che forza le parole e apre al mondo un nuovo senso.
Matto è chi ha lo sguardo presbite e il verbo profetico, chi uscendo dalle righe forza il reale e rende possibile l’impossibile. 
Matto è ciascuno. 
Qua e là, per poco o per tanto, gioco o serietà, ventura o sventura. 
Matto è ognuno di noi, ma poi se ne dimentica.

E allora mi chiedo se:

è forse un folle chi esprime se stesso
chi segue la propria bussola e naviga talvolta controcorrente
chi ha sete di infinito e vive di orizzonti senza confini
chi è avido di intraprendere strade che non siano già state percorse

è forse un folle chi crede alle ragioni del cuore e non soltanto alla logica del pensiero
chi è alla ricerca della propria felicità

è forse un folle chi, indifferente alla frenesia dei nostri tempi, si ferma talvolta a riflettere, ad ammirare un paesaggio, a godere della bellezza di un istante perfetto

è forse un folle chi è stanco di ascoltare parole vuote e discorsi già sentiti
chi si nutre di silenzio in un mondo che grida ogni giorno più forte

è forse un folle chi asseconda il proprio ritmo
ascolta la propria musica
balla la propria danza

è forse un folle.

cos’è stato finora il tuo errare inquieto?

Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.
(C.Pavese)


Calipso    Odisseo, non c’è nulla di molto diverso.
                Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola.
                Hai veduto e patito ogni cosa.
                Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito.
                Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino.
                Perché continuare? Che t’importa che l’isola non
                sia quella che cercavi?
                Qui mai nulla succede.
                C’è un po’ di terra e un orizzonte.
                Qui puoi vivere sempre.
Odisseo   Una vita immortale.
Calipso    Immortale è chi accetta l’istante.
                Chi non conosce più un domani.
                Ma se ti piace la parola, dilla.
                Tu sei davvero a questo punto?
Odisseo   Io credevo immortale chi non teme la morte.
Calipso    Chi non spera di vivere.
                Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu.
                Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto?
                Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?
Odisseo  Se domani io partissi tu saresti felice?
Calipso   Vuoi saper troppo, caro.
                Diciamo che sono immortale.
                Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti
                l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
Odisseo  Si tratta sempre di accettare un orizzonte.
                E ottenere che cosa?
Calipso   Ma posare la testa e tacere, Odisseo.
                Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora?
                Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni.
                E chi son io, chi è Calipso?
Odisseo  Ti ho chiesto se sei felice.
Calipso   Non è questo, Odisseo.
                L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare
                e di stridi di uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada.
                Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica
                tensione e presenza scomparse?
Odisseo  Dunque anche tu parli agli scogli?
Calipso    È un silenzio, ti dico.
                Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più.
                Nel vecchio mondo degli dei quando un mio gesto era destino.
                Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano.
                Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere.
                Qualcuna di noi resisté ai nuovi dei; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò
                e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino.
                Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
Odisseo  Ma non eri immortale?
Calipso    Lo sono, Odisseo.
                Di morire non spero.
                E non spero di vivere.
                Accetto l’istante.
                Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto.
                Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
Odisseo  Lo farei, se credessi che sei rassegnata.
                Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale,
                per aiutarti a sopportare.
Calipso    È un reciproco bene, Odisseo.
                Non c’è vero silenzio se non condiviso.
Odisseo  Non ti basta che sono con te quest’oggi?
Calipso    Non sei con me, Odisseo.
                Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola.
                E non sfuggi al rimpianto.
Odisseo  Quel che rimpiango è la parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio.
                Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano?
                Hai sentito ch’eri sola e che eri stanca e scordato i tuoi nomi.
                Nulla ti è stato tolto. Quello che sei l’hai voluto.
Calipso    Quello che sono è quasi nulla, caro.
                Quasi mortale, quasi un’ombra come te.
                È un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno.
                Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
Odisseo  Sei tu, la signora, che parli?
Calipso   Temo il risveglio, come tu temi la morte.
                Ecco, prima ero morta, ora lo so.
                Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento.
                Oh non era un patire. Dormivo.
                Ma da quando sei giunto hai portato un’altra isola in te.
Odisseo   Da troppo tempo la cerco.
                Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi.
                Io non posso accettare e tacere.
Calipso   Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male.
                Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo.
                Tu che hai visto l’oceano, i mostri e l’eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?
Odisseo  Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.
Calipso   Oh mutata, perduta, un silenzio.
                L’eco di un mare tra scogli e un po’ di fumo.
                Con te nessuno potrà condividerla.
                Le case saranno come il viso di un vecchio.
                Le tue parole avranno un senso altro dal loro.
                Sarai più solo che nel mare.
Odisseo  Saprò almeno che devo fermarmi.
Calipso   Non vale la pena, Odisseo.
                Chi non si ferma adesso, non si ferma mai più.
                Quello che fai, lo farai sempre.
                Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo.
Odisseo   Non sono immortale.
Calipso   Lo sarai se mi ascolti.
                Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va?
                L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo.
                Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
Odisseo  Se lo sapessi avrei già smesso.
                Ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso   Dimmi.
Odisseo   Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

CESARE PAVESE, L'isola dai Dialoghi con Leucò


l’altrove è uno specchio in negativo

Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
(I. Calvino)

Fernando Pessoa scriveva che La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo
Viaggiare è essere i protagonisti spesso inconsapevoli di un percorso che ci porta a destinazione "nonostante noi stessi", nonostante i nostri obiettivi, i nostri desideri, le nostre aspettative. Un percorso fatto anche di soste e di attese, di svolte repentine e deviazioni impreviste, che ci fa arrivare là dove forse non avremmo mai immaginato di arrivare: luoghi, incontri, persone, emozioni che non avevamo previsto perché all journeys have secret destinations of which the traveler is unaware (Martin Buber).
Il viaggio come percorso di conoscenza ed esplorazione della vita non rappresenta solo un modo per (ri)trovare noi stessi, per avere - strada facendo - la conferma della nostra identità, ma all'opposto è anche il modo per prendere coscienza - a ogni nuova tappa, a ogni nuovo incontro - di ciò che non siamo, di ciò che ci manca e vorremmo avere, e forse non avremo mai. Perché come scrive Italo Calvino, i desideri sono già ricordi. Perché si viaggia nello spazio ma anche nel tempo, incrociando vite che avrebbero potuto essere le nostre se solo quel tempo fosse stato il nostro tempo. Viaggiare per ritrovare il proprio passato, e dai segni del passato, anche il proprio futuro: così lo descrive Italo Calvino ne Le città invisibili in una sorta di dialogo immaginario tra Marco Polo e Kublai Khan.
Marco Polo immaginava di rispondere [...] che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.

A questo punto Kublai Kan l’interrompeva [...] con una domanda come: [...] "il tuo viaggio si svolge solo nel passato?"

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare [...] che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio [...].
Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei piú o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

"Viaggi per rivivere il tuo passato?" era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata cosí: "Viaggi per ritrovare il tuo futuro?"
E la risposta di Marco: "L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà."

Lynn Davis Crescent moon spring Dunhuang Cina 2001

νόστος: il viaggio di ritorno

Not all those who wander are lost.
(J. R. R. Tolkien)

Si dice che nella vita quando le persone o i luoghi sono veramente significativi, si ripresenta sempre la possibilità di ritrovarli. Perché il vento fa il suo giro e ogni cosa prima o poi ritorna. E ogni volta che questo accade si percepisce una sorta di nostos (gr. νόστος), di ritorno, che trasmette quel senso di circolarità del viaggio dell'esistenza il cui fine ultimo è arrivare a noi stessi.

Tra i motivi letterari antichi più diffusi ritroviamo proprio il nostos, il viaggio di ritorno in patria, il cui archetipo è il lungo viaggio di navigazione di Ulisse narrato da Omero nell’Odissea.
Un viaggio che, significativamente, è un ritorno: il suo obiettivo non è condurre l’eroe a una meta, ma ricondurlo in maniera circolare - sano e salvo e più esperto della vita -  al suo originario punto di partenza: a casa. Una casa fisica, Itaca. Una casa interiore, la conoscenza di sè.
Il nostos, il ritorno a casa, si realizza attraverso un viaggio lungo e avventuroso attraverso l’ignoto, affrontando prove impegnative che portano a confrontarsi con i propri limiti e a superarli, e permettono di affrontare le proprie ombre e i propri fantasmi integrandoli dentro di sè.
La circolarità del percorso connota il viaggio non come fine a se stesso, ma come funzionale a un’acquisizione di esperienza e di conoscenza superiori: un progresso rilevabile e misurabile soltanto dal confronto con il punto di partenza, cioè facendo ritorno al luogo nel quale l’individuo possa rispecchiare e conoscere la propria nuova identità.
Il nostos, in quest’ottica, implica dunque anche la nostalgeia, la nostalgia, il “desiderio sofferto di tornare” a casa, per ritrovare le proprie cose, le proprie radici, ma soprattutto se stessi.
È un continuo muoversi in avanti per il desiderio di tornare indietro. Indietro verso la patria, la nostra Itaca fisica e interiore. Indietro verso l’archè, l’origine del tutto.

Il viaggio di ritorno è anche quello nel tempo della memoria, nei ricordi che rendono vivo e presente il passato. Sebbene il ricordo - che qualcuno ha definito come quel curioso laboratorio mentale che spesso si compiace delle piccole cose - ricrea ogni giorno i fatti reinventandoli a suo piacimento e dando loro significati sempre nuovi che di per sè non avevano.
Per Cesare Pavese invece le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla, ora soltanto, per la prima volta. E Lewis Carroll in Alice attraverso lo specchio si spinge ben oltre, a proposito di memoria e di circolarità del viaggio nel tempo, facendo dire alla Regina che è una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto. Nel mondo delle meraviglie visitato da Alice, fatto di magia e nonsense quasi quanto il nostro mondo reale, è possibile vivere backwards e ricordare anche il futuro perché la memoria opera in entrambi i sensi e non solo nel passato, e si possono pertanto ricordare i fatti anche prima che avvengano. Un ignaro Lewis Carroll anticipava così Jung e la sua teoria sulla sincronicità. Ma forse anche questo non è che un nostos, un ritorno.

Così come sono dei nostoi quegli episodi delle nostre vite che magari a distanza di anni si rivelano essere il perpetuo ritorno di quanto abbiamo già vissuto: uguali ma diversi. Perché se il copione sembra lo stesso, ora a essere cambiati, a essere diversi, siamo noi. Spesso questi ritorni si ripresentano sul nostro cammino come prove da superare, nodi del passato ancora da sciogliere, conflitti rimasti troppo a lungo irrisolti. Se non era buona la prima, la vita ci offre una seconda opportunità. A volte anche una terza. Dipende tutto da noi. Solo una conoscenza più profonda e autentica di noi stessi e delle cose della vita che ci renda liberi da vecchi schemi e vecchie interpretazioni, ci permetterà di rivivere uno stesso vissuto a un livello di consapevolezza e maturità superiori, tracciando un nuovo percorso che attribuisca nuovi significati e getti nuova luce sul passato. Perché come scrive José Saramago bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Nonostante gli ostacoli incontrati, le sconfitte subite e le partite perse, il gioco della vita continua. E se il muro da oltrepassare è troppo alto, ostinarci per abbatterlo non serve, a volte basta cambiare punto di vista, basta una deviazione, una svolta, magari imprevista, e poi si ricomincia. Ballando come farfalle, pungendo come api. (S. Zanolli)

Forse, come scrive Paola Mastrocola, nel nostro viaggio quotidiano alla ricerca della nostra perduta Itaca ci servono ali per raggiungere qualcosa di cui ci si è dimenticati, che fa parte di tante vite precedenti, l’antico, il remoto, quel che non conosciamo di noi, si tratta solo di tornare lì, in quei luoghi lontani dell’anima, riappropriarsi di un gesto, di un movimento, delle nostre radici.
Ed è per questo che, come scrive T. S. Eliot nei suoi Four Quartets, we shall not cease from exploration, and the end of all our exploring will be to arrive where we started and know the place for the first time. Perché what we call the beginning is often the end and to make an end is to make a beginning. The end is where we start from. In my beginning is my end. In my end is my beginning.
Nell'infinità circolarità del percorso di ciascuna vita, ogni meta raggiunta non è che una tappa, l'inizio di un nuovo viaggio. Perché bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. (José Saramago)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro,
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca,
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada,
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Kostantin Kavafis

uomo libero

Uomo libero, amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima
nello svolgersi infinito della sua onda.
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine:
l'accarezzi con gli occhi e con le braccia
e il tuo cuore si distrae a volte dal suo battito
al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
mare, nulla conosce le tue intime ricchezze,
tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!

C. BAUDELAIRE

Conoscevo un giovane uomo che amava il mare.
Solcava indomito le onde danzando nel vento.
Sembrava avesse ali per volare.
Era uno spirito libero il mio giovane uomo,
bello e indomabile.
Non aveva confini, solo orizzonti al di là del mare.
Orizzonti infiniti nei quali perdersi
e respirare il soffio del vento.

Conoscevo un giovane uomo che amava la libertà.
Avido di vita ne succhiava il nettare fino in fondo.
Con l’entusiasmo della giovinezza
e sprezzante del volere degli dei
immaginava orgoglioso il suo futuro.
Era una stella splendente il mio giovane uomo
superbo e fiero come un astro che brilla di luce propria.

Conoscevo un giovane uomo che amava il mare.
Solcava le onde. Sembrava volare.
Respirava il soffio del vento.
Sfidava il mare e le sue correnti.
Ebbro di vita e di passione
domava il destino a suo piacimento.

Conoscevo un giovane uomo.
Bello come un dio.
Gli occhi blu come il mare.
I capelli lunghi color del sole.
Aveva lo sguardo pieno di luce.
Come un fanciullo curioso.
Talvolta sfuggente.
Talvolta ritroso.
Inafferrabile.
E misterioso.

Profumava di buono
il mio giovane uomo.
E di brezza di mare.
Era alba e tramonto.
Luce e oscurità.
Era verità e menzogna.
Gioia e dolore.
Era forza e fragilità.
Nel perenne gioco degli opposti.

Era così il mio giovane uomo.
Promessa infinita di un sogno.
Che non si realizza mai.
E di un amore.
Che non muore.
Custode di istanti che restano.
E di sussulti dell’anima.
Che forse non tornano più.

Conoscevo un giovane uomo che amava il mare.
Solcava le onde. Sembrava volare.

O tell me the truth about love

Tutti questi anni non ho mai cessato di amarlo, è stata una cosa bella ma insopportabile.
Gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre.
dal film Mine Vaganti di F. Ozpetek

Elliott Erwitt, California Kiss, 1955
La verità, vi prego, sull’amore chiedeva il poeta W.H. Auden. Ma amore sfugge a ogni definizione, a ogni limite impostogli dalla ragione. A ogni verità.

Amore si manifesta in infinite forme. In tempi e modi diversi. E gli amori che più di ogni altro sfuggono alla ricerca di un senso sono gli amori impossibili, gli amori platonici, gli amori non corrisposti. E gli amori che finiscono.


Gli amori non vissuti, quelli sospesi nel tempo perché irrealizzati e irrealizzabili, sono spesso i più intensi e sofferti.
Nel suo In the Mood for Love il regista Wong Kar-Waide li descrive in modo intenso, sublime e rarefatto. Amori in cui la passione arde silenziosa, ma bruciante senza riuscire mai a manifestarsi all'esterno. Passione che si nutre di sentimenti reciproci inespressi, parole non dette, atti mancati. Gesti, sguardi, messaggi inesprimibili.
"Lo sai, dunque, che questa è la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?", con queste parole Giorgio Manganelli descriveva la sua relazione con Alda Merini. Un amore che si nutre solo di desiderio, di tensione costante, di attesa, di mancanza, di quel senso infinito di incompiutezza che lo rende così perfetto. Perfetto perché non vissuto, non consumato dalla prosaicità della vita, dalla banalità del quotidiano.
La sua pienezza è nel silenzio, nel vuoto che in potenza può contenere ogni cosa, ogni gesto, ogni parola. È immaginazione che ricrea la realtà a suo piacimento.
Premessa che non si realizza mai. Un non ancora che dura per sempre. Ricerca talvolta disperata di un’unione con l'altro, di un ricongiungimento che spesso è con l'altro da sé, con la parte più sconosciuta di noi stessi.
Nel saggio “Le cose dell’amoreUmberto Galimberti scrive che "è del vuoto che ci si innamora, non del pieno, perché amore è trascendenza, e non simbiotico rapporto duale. Amore si dà solo là dove ci sono costruzione, proiezione, invenzione, ideazione. Nessuno, infatti, ama l’altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia dell’altro. [...] Ciò che si ama è dunque la nostra creazione, non la natura, ma ciò che, a partire dalla natura, siamo in grado di creare. [...] La fantasia che è il potenziale sovversivo di ogni ordine incontra subito nel corpo dell’altro il suo limite. Il desiderio è tensione verso l’altro nel suo sottrarsi e sfuggirmi, nel suo concedersi per un attimo e poi ritrarsi. L’amore si nutre di novità, mistero e pericolo, e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità."

Nietzsche osservava che "si ama il proprio desiderio, non quel che si è desiderato."
In amore desiderio e possesso sono in antitesi. Posso solo desiderare ciò che non posseggo ancora. Una volta posseduto, il desiderio si spegne perché "non siamo mai tanto lontani dai nostri desideri come quando ci immaginiamo di possedere ciò che desideriamo." (Goethe)
Per M. Proust "quando siamo innamorati di una persona proiettiamo semplicemente in lei un nostro stato d'animo, di conseguenza l'importante non è il valore della persona ma la profondità dello stato."

Gli amori platonici, soprattutto quelli che profumano di giovinezza, rappresentano per chi li serba nei suoi ricordi una sorta di opera incompiuta, la più emozionante che una persona possa aver creato. Amori che per restare intatti nel ricordo, per non subire l'affronto del tempo che muta ogni cosa, devono essere lasciati nel passato, là dove sono nati, nella propria immaginazione. Senza sfiorire mai.

Gli amori non corrisposti si nutrono di gioia e di dolore. Vivono nel desiderio che si realizzi ciò che non si realizzerà mai, si nutrono di speranza e di illusione, di autoinganni della mente e del cuore, di occhi spalancati sul buio. Occhi che non vedono la realtà per quello che è ma la ricreano in ogni istante per adeguarla a ciò che si desidera di più. Amori che vivono di incertezza, di futuro prossimo che diventa remoto, persino di dubbio che, come scrive John Patrick Shanley, "può essere un legame tanto forte e rassicurante quanto la certezza" stessa. Perché il dubbio è quel meccanismo di difesa dell'io che serve a mascherare la consapevolezza della realtà, quella presa di coscienza che le cose d'amore non si possono condurre, dominare e prevedere. Gli amori non corrisposti si illudono pur sapendo, più o meno consciamente, che i fantasmi d'amore sono frutto della nostra immaginazione, sono nostre stesse creazioni. Scriveva la poetessa Alda Merini: 

Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d'amore sì scoperte
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte

spiagge corrive e lì dentro l'amore
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.


Quando gli amori si allontanano o iniziano a spegnersi, spesso continuano a vivere dentro di noi nutrendosi di quella nostalgia (dal greco νόστος 'ritorno' e άλγος 'dolore') che è passione dolente per l'impossibile ritorno. Ritorno di ciò che è stato. Di ciò che avremmo desiderato durasse per sempre.
Ma come ogni cosa mortale anche gli amori giungono alla fine. Si crea così una distanza incolmabile tra i due amanti perché come scriveva W. Somerset Maugham “sometimes the greatest journey is the distance between two people.” E allora per non farsi sopraffare dalla nostalgia e dal dolore, il viaggio deve ricominciare. Sempre. Verso nuove destinazioni.

É preciso recomeçar a viagem. Sempre.
(José Saramago)

ascolta


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta.


da La pioggia nel pineto di G. D'ANNUNZIO

dietro la maschera

La maschera, a lungo andare, diventa il volto.
(M. Yourcenar)

E se a forza di indossare sempre delle maschere finissimo con il non riconoscere più nemmeno noi stessi? il nostro io più autentico? o se abituati alla maschera diventata volto indossata dagli altri non riuscissimo più a vederli per quello che sono davvero? o se non riuscissimo a vederli per come sono davvero perché filtrati da una maschera che noi stessi cuciamo loro addosso?

Forse percepiamo gli altri attraverso il filtro delle emozioni e delle immagini che essi risvegliano in noi, forse creiamo ogni giorno l’altro attraverso una proiezione di noi stessi, dei nostri bisogni, desideri, zone d’ombra che vediamo specchiate nei comportamenti altrui, nei loro gesti, nello loro parole ma che in realtà appartengono solo a noi. Forse è vero come scrive Amma che dobbiamo ritrovare le nostre facce originali anziché indossare delle maschere perché altrimenti ricerchiamo sempre più il mondo esterno e perdiamo il nostro sé. E così talvolta per avvicinarci agli altri ci allontaniamo da noi stessi. Per farci accettare e amare fingiamo, spesso inconsciamente, solidarietà, complicità, intimità, affetto: di per sè tutte nobili virtù si intenda, ma come scrive Umberto Galimberti, in ogni virtù non ho mai visto nulla di nobile, ma sempre e solo il soddisfacimento mascherato di un bisogno. Bisogno di amore, di accettazione, di accoglienza, di riconoscimento. E così facendo la maschera si fissa sul volto. Ogni giorno di più. Ci toglie i lineamenti originari, soffoca gli slanci spontanei della mimica del cuore, ci imprigiona in un ruolo, o in più d’uno, mai del tutto autentico, mai veramente nostro. Alieno. Alienati a noi stessi.

Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia? (L. Pirandello)

Cercate di comprendere che ciò che normalmente chiamate “Io” non è “Io”: vi sono molti “Io” e ogni “Io” ha un desiderio differente. Cercate di verificarlo. Voi desiderate cambiare, ma quale parte di voi ha questo desiderio? Molte parti di voi vogliono molte cose, ma solo una parte è reale. Sarebbe molto utile per voi cercare di essere sinceri con voi stessi. La sincerità è la chiave che aprirà le porte attraverso le quali vedrete le vostre parti separate, e vedrete qualcosa di nuovo. Dovete continuare a cercare di essere sinceri. Ogni giorno indossate una maschera, e dovete toglierla poco a poco. (G. Ivanovitch Gurdjieff)

E se indossare una maschera fosse inevitabilmente legato alla natura stessa di ogni persona?
Il termine stesso, persona, deriva dal latino e a sua volta probabilmente dall'etrusco, dove indicava proprio i "personaggi mascherati". Si ritiene che tale termine sia un adattamento del greco πρόσωπον prósōpon indicante il volto dell'individuo ma anche la maschera dell'attore e il personaggio da esso rappresentato. Che cos’è dunque la MASCHERA? un qualcosa di tangibile, o più spesso intangibile, utilizzato da ciascuno di noi per celare la propria identità. Durante una festa, a Carnevale, per una rappresentazione teatrale, ma soprattutto nella vita di tutti i giorni, nel mondo digitale-virtuale e nel mondo reale, online e offline. Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte, scriveva il grande drammaturgo inglese. Perché indossare una maschera è anche e soprattutto una metafora per distinguere i diversi tipi di atteggiamenti che ognuno di noi ha in contesti e situazioni di vita diversi. Si può quindi indossare la maschera dell'impiegato, come quella del burlone, quella del marito o quella dell’amante, mostrando lati diversi della propria personalità o impersonando ruoli che consciamente o inconsciamente decidiamo di interpretare nel gran teatro del mondo perché questa sera si recita a soggetto. Ma come scrisse Pessoa, alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra.

Anche il grande psicoanalista Jung identificava la persona con la maschera. Maschera che l'individuo porta per rispondere alle esigenze delle convenzioni sociali, come funzione stessa assegnatagli dalla società o compito che essa si attende da lui. Una maschera però che spesso nasconde la vera natura dell'individuo. La persona è infatti la personalità pubblica, quegli aspetti che si palesano al mondo o che l'opinione pubblica attribuisce all'individuo, in opposizione alla personalità privata che esiste dietro alla facciata sociale, dietro alla maschera. Solo attraverso il processo di individuazione la persona può diventare davvero se stessa, intera, indivisibile, integrando le molte parti della psiche per realizzare il proprio Sé così da (ri)diventare un in-dividuo, vale a dire un'unità separata e indivisibile, un tutto autenticamente integro e vero, senza più le vesti a celarlo perché ora il re è finalmente nudo. E la maschera giace ai suoi piedi.

la forma dell’invisibile

Noi diamo all'argilla la forma di un vaso, ma è il vuoto
al suo interno che conterrà ciò che vogliamo.


detto Zen 

Kengiro Azuma è uno scultore che dà forma all'invisibile plasmando la materia con i suoi pieni e i suoi vuoti. Soprattutto i vuoti. Artista novantenne di origine giapponese, è un uomo che riflette con semplicità sul senso profondo della vita, sul coraggio, sulla continua ricerca, sull’essenza delle cose, sul vuoto e sul pieno, con quello spirito tipico della cultura Zen.

Racconta Azuma che "Ogni oggetto presenta un dualismo tra gli opposti: il pieno e il vuoto, il bene e il male, il sole e la pioggia, il dolce e il piccante, Oriente e Occidente, Nord e Sud. Ciò che ha guidato la mia ricerca è l’interesse per il Mu (il vuoto), che è invisibile, come l’anima, la fantasia, il sogno, l’aria. Il Mu, pur opponendosi allo Yu (il pieno) ha bisogno di quest’ultimo per manifestarsi. Alla base di ogni mia opera c’è un disegno che, frutto dei miei pensieri, è invisibile. Ma per completare il lavoro, devo andare oltre il disegno e dar forma all’invisibile”. Tutta la sua opera nasce dal pensiero, dalla ricerca sul mistero della vita, dal tentativo di rendere visibile l’invisibile trasformandolo in bronzo, legno, pietra. Scrive Azuma “sono pienamente convinto che la vita non è altro che un incessante sforzo diretto all’avvicinamento dell’assoluto. Che cosa è l’assoluto? Mi pare che la vita e l’arte siano completamente immerse nel mistero, è una ricerca quotidiana continua, faccio prove in continuazione spinto verso il grande mistero della Vita.

pesci 20 febbraio - 20 marzo

Non si tuffa. Aspetta il suo momento.
Semplicemente, percorre la sua strada.
Da sempre. In mezzo all’oceano.
Senza tuffarsi. Ma è capace di farlo.
Da un momento all’altro.


Il Sole entra nei Pesci. Era il segno di Kerouac. Sempre innamorato, inquieto, incapace di fermarsi troppo nello stesso posto.

Segno con vitale bisogno di spazi aperti, di un’avventura infinita che coinvolge un cuore sentimentale, visionario, irrazionale, intuitivo, perché la vita per i Pesci è più musica che una serie di ragionamenti e fatti.

Pesci è spiritualità, Pesci è danza dell’esistenza che non si può interrompere, confusione di definizioni e confini.

Pesci è passione, sacrificio, amore della vita e sofferenza.

Pesci è ribellione, prosa spontanea, sorpresa, improvvisazione jazz fuori dalla linea rigida del tema.


(M. Pesatori)

s'i' fosse foco, arderei 'l mondo


Amore è ardore
e tepore.
Fuoco che riscalda
arde e brucia. 
Fiamma sempre mutevole
e inafferrabile
avida di nutrimento.

Amore si spegne. Si riaccende.
Talvolta si fugge. E sparisce.

Ferisce e lenisce.
Unisce e tradisce.
Libera e trattiene.

Come saetta colpisce. Agisce.
Sorprende. Stupisce.

Fuoco fatuo. Ingannevole.
Talvolta si finge.

Germoglio che nasce. Cresce.
Fiorisce. Appassisce.

Candela ormai spenta
impallidisce.
Sbiadisce. Svanisce.


ogni muro è una porta

A volte le persone sono solo delle porte, dei passaggi.
Tu per me, io per te. Anche gli sconosciuti, ogni incontro è una porta.

(F. Bonetti)

Come scriveva il filosofo Ralph Waldo Emerson, every wall is a door. Ogni evento che ci accade, ogni incontro che facciamo, ogni ostacolo da superare è come una porta. Ci sono porte che si aprono e porte che si chiudono. Porte che sbattono e porte che restano socchiuse. Porte che vorremmo spalancare e porte che sono gli altri a chiuderci in faccia. Porte di vetro attraverso le quali poter scorgere al di là e porte blindate che custodiscono il loro segreto. Porte che si aprono automaticamente davanti a noi e porte di cui dobbiamo ritrovare le chiavi. Ogni porta è un passaggio. Da attraversare. Da vivere. Da superare. Per ogni porta che si chiude, se ne apre una nuova. Non sappiamo se sarà migliore o peggiore, ma vale sempre la pena aprirla e scoprirlo. Per continuare a cercare. Per trovare noi stessi. Per andare sempre avanti. “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati." “Dove andiamo?” “Non lo so, ma dobbiamo andare” (Jack Kerouac - On the road) perché, come scriveva il poeta svedese Tommy Olofsson, dietro l’orizzonte c’è un altro orizzonte.

continuate a cercare

Bisogna avere un caos dentro di sè per generare una stella danzante.
 (F. Nietzsche)

"Continuate a cercare", così Pina Bausch, artista visionaria e poetica del teatro danza d'avanguardia e donna di una forza creativa e vitale straordinaria, nonostante l'apparente fragilità, esortava i suoi ballerini nella ricerca continua di se stessi, di un proprio linguaggio e modo di esprimersi attraverso il corpo e il movimento, al fine di manifestare le proprie emozioni più profonde e tradurre quei discorsi dell'anima che le parole non riescono a trasmettere. Attraverso la ricerca continua di un senso e di una trascendenza che non si lasciano mai raggiungere, in un percorso di percezione del proprio desiderio, e attraverso la rappresentazione dei rapporti dialettici e della tensione continua tra forza e fragilità, gioia e dolore, contatto e distanza: l'essere vicini e l'essere lontani, la paura del rifiuto e il desiderio di essere amati. "Amami, voglio che tu mi ami", diceva Pina Bausch, "il desiderio di essere amati: cosa non facciamo pur di piacere a qualcuno".
Perché, come cantava Giorgio Gaber,
Il desiderio è il vero stimolo interiore
è già un futuro che in silenzio stai sognando
è l'unico motore che muove il mondo.
E la danza di Pina Bausch è desiderio in movimento, passione e attrazione, istinto e pulsione. Emozione che si fa corpo, corpo che si fa parola. Corpi di danzatori che la grande coreografa tedesca usava nelle sue opere come colori della sua personale tavolozza d'artista, corpi da cui far trasparire emozioni troppo spesso negate, ma anche individui con i quali instaurava anche umanamente un rapporto di profonda intimità. Attraverso lo sguardo più che con le parole perché, come commenta il regista Wim Wenders, "Pina Bausch aveva un'intelligenza emotiva eccezionale, il modo in cui sapeva vedere le persone guardandole direttamente nel cuore era unico".

Pina Bausch soleva dire "I'm not interested in how people move; I'm interested in what makes them move". Spronava i suoi ballerini a danzare "Dance, dance, otherwise we are lost". Perché come ci ricorda Osho, "anche se nessuno ascolta, devi comunque cantare, danzare la tua danza". 

E voi, state continuando a cercare? a creare ogni giorno voi stessi? a danzare la vita? c’è ancora del caos dentro di voi? c’è ancora una stella danzante?



l'incontro con se stessi e con l'altro: il viaggio continua


Il racconto del viaggio verso l’Alaska di Chris McCandless - il protagonista del romanzo, tradotto poi in film, Into the Wild - si inserisce nel filone del genere on the road, in cui il viaggio è metafora della vita ma soprattutto di un percorso interiore alla scoperta di se stessi.

Chris
, come nel Walden di Thoreau, sceglie di vivere nei boschi “per non scoprire in punto di morte di non aver mai vissuto”. E non importa se il luogo della sua rinascita coincide con quello della morte: in poche settimane, Chris "Alexander Supertramp" si spinge oltre il limite, fino a raggiungere l'infinito, per ritrovare se stesso, e un rapporto più intimo e autentico con la natura, con la terra e gli uomini che la abitano, abbandonando le regole del conformismo e le imposizioni di una società civile che non condivide e che disprezza, e liberandosi infine della rabbia e del rancore attraverso il perdono e la consapevolezza. E mentre Chris, sebbene tragicamente e forse con l'ingenuità dell'incoscienza ma con la determinazione ribelle e piena di entusiasmo della gioventù, conquista a suo modo un traguardo personale importante, molti altri continuano a restare fermi, magari tutta una vita, al sicuro dai rischi che la ricerca di sé comporta, ma con uno struggente desiderio di realizzazione ma soprattutto di libertà e di indipendenza. Parole chiave che ricorrono come una sorta di mantra, ma che in realtà sono solo una delle due facce di quella medaglia affascinante e sconosciuta che è la nostra vita.

L’altra faccia è la relazione, il legame. Che attrae e spaventa nello stesso tempo perché prevede la perdita di una parte di noi, e della nostra libertà e autonomia. Ma senza una faccia non può esistere l’altra, come non c’è luce senza oscurità, verità senza dubbio. Happiness only real when shared? La felicità - come scrive il protagonista di Into the Wild - diventa tangibile e reale solo se condivisa? oppure è qualcosa che nasce dentro di noi, indipendentemente dai fatti della vita e dalla presenza degli altri? Credo si possa rispondere in maniera affermativa ad entrambe le domande perché la vita, paradossalmente contraddittoria, accoglie ed integra gli opposti in un equilibrio costantemente dinamico e mutevole, in cui ogni cosa si trasforma nel suo contrario per poi tornare ad essere se stessa.

Anche incontrare noi stessi e incontrare l’altro sono facce apparentemente opposte della stessa medaglia. Come scrive Muriel Barbery, non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. […] Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno. Ecco sopraggiungere allora il trionfo dell’individualismo, dell’affermazione di sé e della propria volontà, talora esasperati, come spesso nelle nostre società contemporanee, in un narcisismo ipertrofico e autoreferenziale che si ripiega su se stesso alla ricerca soltanto del proprio benessere personale, disinteressato alla comunicazione autentica con l’altro da sé, o incapace di stabilire relazioni significative con gli altri. Ne consegue un senso disperato di frammentazione e di isolamento. Un vuoto emotivo, una sorta di trama non tessuta. Incontrare l’altro significa infatti esporsi al rischio della diversità. Ci mette di fronte a noi stessi, al nostro limite, alla nostra differenza ma anche alla nostra unicità. Ci costringe a trovare ogni volta un ponte, un collegamento, a cercare ciò che è comune per arrivare a scoprire e affermare la diversità, ci stimola a costruire il linguaggio e le regole dello scambio. 

L’incontro è un’esperienza che può anche fallire e l’alterità diventare un ostacolo insormontabile. Da una parte, possiamo perderci e fonderci con l’altro. L’incontro diventa così perdita dei confini, invasione del nostro territorio da parte delle mille differenze che ci circondano. Siamo uno, nessuno e centomila, riconosciamo negli altri infiniti aspetti che ci appartengono, o che nascondiamo a noi stessi. Tutto e il contrario di tutto ci attrae, ci appartiene, ci seduce. Oppure, dall’altra parte, possiamo restare chiusi nella nostra differenza, incapaci di correre il rischio di abbandonarci. Perché incontrare un altro significa sempre anche perdere qualcosa di noi e della nostra unicità, per muoverci su un terreno nuovo, sconosciuto, che ci fa scoprire ciò che ci manca o che potremmo essere. Gli altri sono per noi una possibilità di conoscenza, ma anche un’esperienza di perdita. Mentre il nostro desiderio sarebbe di affidarci completamente, di essere interamente compresi dagli altri, constatiamo con amarezza che qualcosa di noi resta sempre fuori, che la comprensione da parte degli altri, e spesso anche da parte di noi stessi, non è mai completa. E dal canto nostro, non riusciremo mai a sentirci del tutto a casa nel territorio di un altro. Così come talora ci sentiamo estranei persino a noi stessi.

La fatica e la gioia dell’incontro stanno dunque in un difficile equilibrio. Una sorta di swing, di oscillazione continua tra avvicinamento e allontanamento, tra perdita e consapevolezza di sé, che rispecchiano il ritmo naturale delle cose, della vita. La sfida dell’incontro con l’altro e con la sua diversità sta nella capacità di assumere il punto di vista dell’altro senza perdersi, senza perdere il contatto con noi stessi, attraversando quel vuoto che ci separa dall’altro restando comunque ancorati a noi stessi. Cercando di accogliere e comprendere l’altro, in realtà facciamo amicizia con noi stessi. E ne usciamo arricchiti.

L’incontro è la possibilità di accostare due regioni di significato, due campi di energia a frequenza diversa e di farli vibrare insieme. L’incontro è em_patia, sim_patia, com_passione: è sentire_con_un_altro. È la possibilità di scoprire che il senso non ci appartiene del tutto e che ci è dato solo nell’incontro. Perché, come scriveva il poeta inglese John Donne, nessun uomo è un’isola.
E l’incontro più significativo nella vita di ciascuno - quello con la persona amata - dovrebbe rivelarsi come l'incontro che permette, più di ogni altro, ad entrambe le alterità, di esprimersi e di completarsi a vicenda. Perché l’unione tra due persone è, come scrive Muriel Barbery, “un fuori dal tempo nel tempo”, “un incantevole abbandono, possibile solo in due” e “la quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al sapersi abbandonare, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l’altro, in una complice compagnia.

- E cosa c’è di bello nella coppia, scusa?
- La complicità, il senso di appartenenza. A me, per esempio, piace conoscere una persona a memoria.
- Come ti piace conoscere una persona a memoria? e la routine? la monotonia? che cos’hanno di bello?
- No, non parlo di routine o monotonia, ma di sapere a memoria una persona. Non so come spiegartelo, è come quando studi le poesie a scuola, in quel senso intendo a memoria.
- Questa non l’ho capita.
- Ma sì dai, come una poesia. Sai come si dice in inglese studiare a memoria? By heart, col cuore.
- Anche in francese si dice par coeur...
- Ecco, in questo senso intendo. Conoscere una persona by heart, a memoria, significa, come quando ripeti una poesia, prendere anche un po’ di quel ritmo che le appartiene. Una poesia, come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi, farsi penetrare dal suo ritmo. Ecco, questo mi piace. Mi piace stare con una persona intimamente perché vuol dire correre il rischio di diventare leggermente diversi da se stessi. Alterarsi un po’. Perché non è essere se stessi che mi affascina in un rapporto a due, ma avere il coraggio di essere anche altro da sé. Che poi è quel te stesso che non conoscerai mai. A me piace amare una persona e conoscerla a memoria come una poesia, perché come una poesia non la si può comprendere mai fino in fondo. Infatti ho capito che amando non conoscerai altro che te stesso. Il massimo che puoi capire dell’altro è il massimo che puoi capire di te stesso. Per questo entrare intimamente in relazione con una persona è importante, perché diventa un viaggio conoscitivo esistenziale. 
(F. Volo)